La piccola chiesa a cielo aperto Beato Zeffirino

inaugurazione Chiesa Zeffirino

Dove si trova

Si trova in Italia, all’interno del Santuario del Divino Amore in via Ardeatina, Roma.

Posta sul rilievo di una collina fitta di alberi, si affaccia sulla campagna romana con l’abside diretta ad oriente verso Gerusalemme, così come vuole la tradizione cristiana.
 

Eretta in uno dei luoghi di pellegrinaggio più frequentati d’Italia dagli zingari di ogni gruppo, specie dai Rom abruzzesi, i Kangherì Romanì, la chiesa zingara, rappresenta il primo esempio di luogo di culto eucaristico al mondo dedicato ad un rappresentante del popolo rom. Infatti il Beato Ceferino Himènez Malla (Zeffirino), è il primo zingaro martire della fede cristiana elevato agli onori degli altari in quanto assassinato per la fede dai franchisti anticlericali durante la guerra civile spagnola nel 1936.

Come e' fatta

Il cerchio-ruota   accampamento-tenda

Concepita a cella unica, a pianta circolare, si presenta delimitata, non con mura sormontate da volta, ma a descrivere lo schema tondo sono una fila di 12 monoliti irregolari estratti dalle cave locali, il tufo romano. Misura un diametro di circa 10 metri e si articolata attorno ad un altare anch’esso di forma tonda posto al centro della ruota. Alla destra della mensa si erige imponente un crocefisso ligneo, a sinistra la sede e l’ambone, in fondo, diametralmente all’ingresso, a mo di abside, si erge la grande statua bronzea raffigurante l’immagine di Zeffirino, beatificato da Giovanni Paolo II nel 4 maggio del 1997. L’entrata della chiesa è segnata da due enormi stele-colonne che si traducono in portali i quali riportano affisse le tavolette d’argilla recanti le pronunce solenni dei papi che cambiarono la storia della religione cattolica nei confronti dei Rom e Sinti: Paolo VI e Giovanni Paolo II. Rispettivamente si legge sull’epigrafe a sinistra: “voi non siete ai margini…. voi siete al centro della chiesa”; su quella a destra: “mai più discriminazioni e disprezzo verso i poveri e gli ultimi”. In oltre ad arricchire “il povero tempio” giocano un ruolo essenziale gli arredi sacri di forte e suggestivo valore simbolico, i basso rilievi in ceramica policroma a mosaico: l’Agnello pasquale sul fronte dell’altare, il Buon Pastore sullo schienale della sede, i quattro evangelisti sul prospetto dell’ambone.

Che cosa rappresenta

Il cerchio, sul quale è improntata l’intera struttura architettonica, richiama senz’altro la simbologia più adatta ad interpretare ideologicamente la cultura zingara nel suo insieme di: spazio, tempo e comunità storico-etnica. A partire dai significati più evidenti del cerchio quali la ruota, la tenda, il falò, la comunità stessa, su questa forma soggiungono altre metafore concettuali come il sistema della famiglia allargata che si propaga all’esterno concatenata da una dinamicità centripeda che segna di volta in volta anche un certo confine antropologico tra gagè e Rom ( tra zingari e non). Lo spazio della tenda diventa il territorio, l’habitat, la nicchia ecologica in cui salvaguardare la propria identità, un sistema di vita basato sulla moltiplicazione dei tempi e degli spazi dati dal nomadismo. Inoltre la circolarità è sinonimo della ciclicità di un modo di vivere che si perpetua all’infinito e per questo rinnovato sempre in coerenza con la rigenerazione della natura. Inoltre sono palesi simboli di chiaro riferimento cristiano come le dodici tribù d’Israele date dal numero dei massi che circoscrivono il recinto sacro, l’orientamento a est verso Gerusalemme, la tipologia arcaica della pianta circolare che è prodroma di tutte le chiese antiche e moderne. .

Significati della statua bronzea del Beato Zeffirino

La statua, realizzata in materiale bronzeo, misura circa 4 metri di altezza e circa tre di larghezza.

Riassume un sintesi simbolica tra la tradizione cristiana e quella zingara, in perfetto equilibrio teologico-antropologico, rappresenta un esempio di sincretismo religioso là dove convivono due spiritualità differenti ma accomunati dalle stesse radici: la volontà di riconoscere un solo Dio al di sopra di noi. Se da una parte l’albero per gli zingari ricorda la famiglia e il luogo di “rifugio” dimorale, altrettanto per la mitologia cristiana ricorre la simbologia dell’immortalità per gli aspetti dualistici dell’elemento che collega il cielo alla terra, le radici e i rami. Così la figura di Zeffirino, ricavato all’interno del grande vegetale, si protende verso l’alto, innestato in questo processo rigenerativo eterno consegnato al mistero dell’eternità. Il prezzo da pagare? La vita, o la vita o niente. Infatti egli è colto nell’atto del trapasso, morente, mentre cade all’indietro trafitto come Gesù al petto dalla lancia romana (la fucilazione); s’intravede sotto il costato la ferita ingrandita, una fenditura lacerante dalla quale penetrano i raggi del sole che al mattino sorge.

Per il Vangelo l’albero, percepito come albero della vita, è soprattutto simbolo della vera croce, il legno su cui viene crocifisso il figlio di Dio che sale alla risurrezione.

Dunque significati che si allineano, si mescolano, ma che danno origine ad un rinnovato anelito verso l’Infinito. 

La realizzazione

Voluta dai Rom e Sinti, pellegrini del Santuario del Divino Amore, si è fatto promotore di questa esigenza spirituale Mons. Don Bruno Nicolini, da sempre sostenitore della pastorale a favore degli zingari in Italia.

Per tale evento viene affidata la direzione artistica al maestro Bruno Morelli il quale si avvale di un gruppo di lavoro che si costituisce apposta per sostenere l’opera architettonica e artistica. Accanto all’opera principale del maestro è da ricordare meritoriamente il contributo di diversi collaboratori satelliti come il noto critico d’arte sacra Prof. Carlo Chenis, della Dott.ssa Mirella Karpati, della consulenza tecnica di Spanò e Pizzuti e infine del promotore Don Bruno Nicolini.

Il progetto è stato sottoposto all’attenzione e al vaglio della Commissione dei “Beni Culturali e Artistici per la Preservazione della Fede Cristiana” presso la sede di S. Giovanni in Laterano, affinchè si ottenesse l’autorizzazione necessaria della Diocesi di Roma.

I tempi di realizzazione del progetto e la sua messa in opera si aggirano intorno ai due anni tra fasi alternati di: studi preliminari architettonici, studi preparatori scultorei, studi pittorici, bozzetti progettuali della statua.

Vincitrice dell’appalto è stata l’impresa edile “Marinelli”.

Inaugurazione

  L’inaugurazione della Piccola Chiesa a Cielo Aperto si è tenuta il 26 settembre 2004 presieduta dal vice gerente Card. Mons. Moretti, data memorabile per ricordare il primo incontro di Paolo VI con gli Zingari a Pomezia (LT) nel 1965. Presenti numerosi esponenti autorevoli del clero e di tutto l’ordine sacerdotale. Inoltre zingari da tutt’Italia, radunati attorno al “falò spirituale”, hanno colorato la giornata con canti, musiche e danze tipiche. Mass-media di stato e privati come: i Tg di Rai Uno, Due,Tre, SKAI, TG Regionali, Italia Uno, Rete Quattro, Canale Cinque, ecc…e varie testate di quotidiani nazionali e locali Come: La Repubblica, Il Messaggero, il Tempo, L’Osservatore Romano, Panorama, L’Espresso, ecc… hanno diffuso la notizia in tutte le forme di comunicazione dando rilievo all’unicità dell’evento religioso e artistico.   Molte sono state le interviste all’autore principale dell’opera, Bruno Morelli.
“…il monumento bronzeo di Morelli spicca elevato sullo sfondo della campagna romana. S’innalza come il serpente di bronzo nel deserto e, soprattutto, come la croce di Cristo sul alvario. Vetri policromi rappresentano i diversi frutti della santità che maturano con la testimonianza e con la preghiera, come commenta il rosario proteso verso l’alto a mo di labaro. L’albero bronzeo, opera di mano d’uomo, affonda le sue radici nel terreno per assorbire energia dalla madre terra e svetta i suoi rami verso il cielo per ricevere forza dalla provvidenza divina.il compimento scultoreo ricorda la creazione adamitica in forma di metamorfosi greca. Non si tratta del solo passaggio dalla terrra inanimata alla creatura animata. È la trasformazione dell’errabondo in cristificato. La robustezza impressa dallo scultore nell’albero diventa simbolo di ardimento. La figura di Zeffirino si staglia con patina rifulgente al sole, il suo volto, teso e d estatico, è colto nell’atto di offrire la sua vita a Dio, quale testimonianza di amore ai fratelli. Stilemi fazziniani e mitologie orientali impreziosiscono l’opera fortemente scultorea. Robustezza temperata delle formee levigatezza non leziosa delle superfici equilibrano la massa nei confronti dello spazio aperto. Corteccia e membrature dell’albero incorniciano nudità e muscolosità del corpo, dove la ferita della fucilazione si fa fenditura attraverso cui penetra il sole nel suo sorgere. Diversi sono gli stilemi delle terrecotte policrome a mosaico recentemente inventate da Morelli. Questa tecnica permette di plasmare tridimensionalmente la superficie iconografica che si ravviva dei colori forgiati a forno, sollecitando un ritmo dinamico e vibrante. i tasselli sezionati in scomparti autonomi e ricomposti insieme, fungono da pennellate costruttive, il risultato è un gioco di incastri evidenziato da uno stuccaggio decorativo, che mette in risalto il valore cromatico e scultoreodi una costruzione sintetica e polivalente. Lo dimostrano L’agnello Mistico incastonato nel basamento dell’altare e il Buon Pastore nello schienale della sede. Quattro formelle intere iconografano, invece, l’ambone. Si tratta di uno stile studiatamente ingenuo per ancorarsi alla tradizione paleocristiana e a quella nomade: due momenti di Chiesa in cui la fede è stata provata dalla persecuzione.” (testo estratto dal volume “Percorsi Artistici 2004/2005” Annali Fondazione Stauròs Italiana Onlus a cura di Carlo Chenis)
Carlo Chenis
critico d’arte sacra

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